
Ventidue.

Stato e societ nel regno d'Italia.
dal 1861 al 1876.


80. Accentramento o decentramento: una questione sempre aperta.

Da: G. Turi, Voglia di autonomie, in Storia e dossier, n. 55,
ottobre 1991.

La questione dell'accentramento e del decentramento dei poteri
dello stato fu subito una delle pi dibattute quando, dopo
l'unificazione del 1861, si dovette pensare all'assetto politico-
amministrativo del nuovo stato unitario. Da allora la questione 
tornata pi volte al centro del dibattito sia storiografico che
politico, fino a diventare, in tempi recenti, materia di vivaci
polemiche. Partendo proprio da queste ultime, lo storico italiano
Gabriele Turi sottolinea l'importanza del fenomeno e, nel passo
qui riportato, evidenzia come il problema fosse sentito
nell'Italia postunitaria dai fautori sia dell'accentramento che
del decentramento.


La recente proliferazione delle leghe in gran parte dell'Italia
settentrionale  un fenomeno nuovo, per dimensione e quantit:
investe infatti un'area geografica molto ampia e le regioni pi
ricche e industrializzate del Nord, mentre si sono attenuate le
tradizionali spinte centrifughe di matrice contadina in Sicilia e
in Sardegna. In breve tempo le leghe hanno raggiunto un notevole
successo elettorale raccogliendo consensi fra i ceti medi e medio
bassi, uniti, nella difesa del tenore di vita di cui godono o cui
aspirano, dalla ostilit verso gli immigrati dalle regioni o dai
Paesi poveri e dalla polemica contro i partiti e contro la
politica della capitale. [...].
Il fenomeno odierno non  solo italiano, poich proteste di
periferie contro il centro si verificano in tutta Europa. In
questo contesto, la specificit del caso italiano pu essere
rinvenuta, forse pi che in motivi economici e sociali (la
dicotomia Nord-Sud e la difformit tra aree sviluppate e aree
arretrate della penisola), nella debolezza di una capitale
incapace di unificare un Paese estremamente complesso.
Dal 1870 centro politico di uno Stato che aveva altrove le leve
del potere economico (in quello che alla fine dell'Ottocento
poteva fregiarsi dell'appellativo di Stato di Milano), Roma non
 stata nemmeno in grado, fino a tempi recenti, di sostituirsi al
policentrismo culturale.
Ma il dibattito politico sull'accentramento o sul decentramento
dei poteri dello Stato nato nel 1861  solo la manifestazione pi
nota del rapporto spesso conflittuale tra centro e periferia. Esso
ha infatti anche uno spessore culturale: il riconoscimento o meno
delle specificit locali, regionali e urbane nell'Italia delle
cento citt  un tema su cui l'attenzione degli intellettuali si
 fermata spesso, soprattutto nei momenti critici per lo Stato
unitario: alle sue origini, durante e dopo la crisi di fine
secolo, all'indomani della prima guerra mondiale e alla caduta del
fascismo.
Agli albori del nuovo Stato, la necessit di enfatizzare l'unit
non fu tale da soffocare del tutto il riconoscimento e l'invito al
rispetto delle differenti tradizioni dei vecchi Stati. Quando i
moderati erano ancora convinti assertori di un sistema di
autogoverno, nel gennaio 1861 Cavour poteva scrivere al marchese
Massimo di Montezemolo, governatore della Sicilia: Le nostre
teorie sullo Stato non comportano la tirannia d'una capitale sulle
provincie, n la creazione d'una casta burocratica che soggioghi
tutte le membra e le frazioni del Regno all'impero d'un centro
artificiale contro cui lotterebbero sempre le tradizioni e le
abitudini dell'Italia, non meno che la sua conformazione
geografica.
Una volta svanita, con l'improvvisa scelta centralistica imposta
dalla minaccia del brigantaggio e di una riscossa dei sovrani
spodestati, l'ipotesi di rifarsi al modello inglese, il problema
fu tenuto vivo dagli intellettuali di orientamento democratico: in
primo luogo dai federalisti, come Carlo Cattaneo; ma la
complessit del processo di integrazione tra societ e Stato non
sfugg anche a quanti, come Francesco De Sanctis, pi si
impegnarono per consolidare l'ideale unitario.
Il federalismo di Cattaneo, nato dalla convinzione della
superiorit della struttura politica e sociale della Lombardia,
era mosso dall'intento di salvaguardare il principio di libert,
poich lo Stato unitario era ritenuto, per sua natura,
autoritario. Il richiamo alla storia dell'Italia comunale si
combina in Cattaneo con il modello degli Stati Uniti d'America e
della Svizzera, per prefigurare gli Stati Uniti d'Italia: In un
paese di popoli cos diversamente educati occorreva rispettare
le istituzioni d'ogni popolo ed anche la sua vanit, affermava
Cattaneo nel 1854. E per essere amici bisogna che ognuno resti
padrone in casa sua, scriveva ancora nel luglio 1860 a Crispi,
ricordando che l'annessione della Sicilia non doveva significare
assorbimento.
Cos, nella prefazione al Politecnico del 1861, indicava nel
rispetto delle tradizioni degli Stati italiani l'unico modo con
cui il nuovo Stato poteva acquisire il consenso: A popoli, oramai
liberi e armati, che hanno da secoli un ordine di leggi e di
costumanze affatto proprio, non si pu addossare d'un tratto e
senza alcuna necessit un ordine affatto insolito, massime quando
debb'essere inevitabilmente accompagnato da gravezze crescenti, e
quando le nuove leggi, pur troppo, non sono precorse dalla
pubblica persuasione d'un'eccellenza che non hanno.
Sostenuto da intellettuali pi che da uomini politici, in un
momento in cui la classe dirigente era in preda a una vera e
propria ossessione accentratrice, il federalismo di Cattaneo era
destinato a fallire come dottrina dello Stato federale; ma in
quanto principio di libert, da fondarsi su una certa autonomia
dei comuni e delle regioni, fu ripreso da intellettuali
repubblicani come Gabriele Rosa e Arcangelo Ghisleri.
Contrario al principio autonomistico fu invece Francesco De
Sanctis che, con la Storia della letteratura italiana, del 1870,
ricuc i fili di una tradizione culturale e civile tendenzialmente
unitaria. Ma anche in De Sanctis sono ripetuti gli inviti alla
gradualit nella formazione di una coscienza nazionale, cos come
i richiami alle realt e alle tradizioni specifiche che dovevano
sostanziare la sfera brillante della libert e della nazionalit
appena acquisite. Dopo essere stato ministro della Pubblica
Istruzione con Cavour e con Ricasoli, De Sanctis ammoniva in un
intervento alla Camera del 1862: La nazione non  una materia
grezza sulla quale ciascuno possa scrivere, quando vuole, quello
che vuole: la nazione  una materia che noi troviamo gi formata
con certe tendenze, con certi indirizzi. Credete voi che si possa
tutto a un tratto cancellare quello che  l, e metterci il
sigillo che noi vogliamo?.
Ancora quindici anni dopo, in alcuni articoli intesi ad assicurare
al Paese una democrazia onesta e liberale, De Sanctis perorava
il prevalere degli interessi nazionali su quelli locali, ma nel
rispetto di questi ultimi: Assicurata l'unit nazionale,
gl'interessi regionali per legittima reazione hanno acquistata
importanza, e abbiamo visti gruppi toscani, lombardi, veneti,
meridionali, settentrionali, e simili, affermava nel 1877 ne I
partiti personali e regionali. E aggiungeva: La questione
regionale ha la sua ragion d'essere. Interessi lesi e trascurati
ce ne sono: diversit c' pur troppo di coltura e di prosperit
fra le regioni. Di fronte a questa disgregazione, era necessario
cominciare dall'alto, dalla formazione di una classe dirigente
capace di assimilare e sanificare gli strati pi umili della
societ, in attesa che l'istruzione, e soprattutto l'educazione,
producesse i suoi graduali effetti su di loro.
